Perché al Cav. conviene proteggere un Tremonti azzoppato ma pugnace

Giulio Tremonti non ha nessuna intenzione di lasciare il ministero dell’Economia, si difende, spiega di non aver mai fatto nulla di illegale e, pur con qualche incongruenza (gli “ospiti” non pagano l’affitto), ai suoi interlocutori conferma la versione di Marco Milanese: contribuivo a pagare la casa di via di Campo Marzio. Ai colleghi di governo, che mai lo hanno amato, ieri Tremonti è sembrato meno lucido del solito – “mi dimetto da inquilino”, ha ironizzato. Leggi Il Senato approva il "processo lungo", che ora passa alla Camera - Leggi il memoriale di Milanese dal blog Palazzo - Leggi la lettera di Tremonti al Corriere della Sera - Leggi Un nuovo esecutivo, un sostituto di Tremonti, o il governissimo? - Leggi il Diario di due economisti sull'appello delle parti sociali
16 AGO 20
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Come il generale greco (ostracizzato) Temistocle. Giulio Tremonti è stato a lungo sospettato di coltivare la versione più nobile del tradimento, abbandonare cioè l’esercito berlusconiano per mettersi a disposizione di un nemico considerato più incline a riconoscergli quel talento che dal suo punto di vista nelle file del Pdl gli veniva invece ritorto contro come una colpa. Ambizioni che il ministro ormai sa di non poter più coltivare, non in questi termini, non a breve periodo. Ma se la sua debolezza ora lo rende meno insidioso agli occhi di Berlusconi e dell’entourage di Palazzo Chigi, contemporaneamente lo imprigiona in un ministero che sa di non poter lasciare adesso, non sotto i colpi di una procura della Repubblica, pena l’eclissi definitiva. Così l’impressione diffusa è che non succederà niente di clamoroso, almeno fino a settembre. La posizione del ministro è difficile, ma non ancora insostenibile e le indicazioni che il Cavaliere sta dando ai propri uomini vanno soltanto nella direzione di fare quadrato intorno a Tremonti. “Se Giulio dovesse essere costretto a dimettersi sarebbero guai. La situazione economica è difficilissima, gli equilibri troppo delicati”, dice Maurizio Gasparri.

Il Pdl osserva con preoccupazione i fattori esterni: la procura di Napoli, Confindustria e sindacati, il Quirinale. Se un atto di sfiducia dovesse partire contro Tremonti – dicono – sarà determinato dal cortocircuito mediatico-giudiziario e dalle inclinazioni delle parti sociali e di Giorgio Napolitano. Fino a ieri Confindustria è stata un’alleato del ministro dell’Economia, così come il Quirinale da mesi – persino suo malgrado, dicono nel Pdl – ha assunto un ruolo di contrafforte per il governo periclitante. Napolitano in passato non ha mai fatto nulla per nascondere la sua simpatia nei confronti di Tremonti, quando il ministro era individuato come un possibile sostituto di Berlusconi alla presidenza del Consiglio. Ieri il presidente della Repubblica ha dato forza invece al documento con il quale Confindustria e sindacati mercoledì hanno chiesto rapide risposte alla crisi economico-speculativa che investe l’Italia. E’ necessario “uno scatto”, ha detto Napolitano. Parole che, in un contesto teso – sebbene pre vacanziero – hanno fatto suonare qualche campanello di allarme nell’entourage di Berlusconi. Napolitano si prepara a dare lui il via libera alla sostituzione del ministro? L’editoriale del professore Sergio Romano, ieri sul Corriere della Sera, duro con Tremonti, non è considerato un fatto casuale, ma espressione di un terzismo culturale che si muove in sintonia anche con gli ambienti del Quirinale. L’obiettivo più grosso è il Cavaliere, ma per arrivarci forse si deve passare da Tremonti.